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Da quanto tempo non mi sporcavo le mani di terra? – mi sono chiesta ieri, mentre travasavo la pianta di yucca che una mia amica aveva trovato abbandonata sul marciapiede davanti a casa sua qualche anno fa. Non mi ricordavo l’ultima volta, era passato troppo tempo. Mi sono fatta un appunto mentale: non lasciare passare troppo tempo senza sporcarmi le mani di terra. Quanto è troppo? Tanto da non ricordamene più. Osservare la terra incastrata nel letto dell’unghia fa sentire più umili. Ci rimette al nostro posto: da questo non riusciremo mai a slegarci, non importa quanti di noi arriveranno sulla luna o in che misura l’AI entrerà a fare parte della nostra vita. È un ottimo reminder, per noi creature del 21esimo secolo, afflitte dalla megalomania socialmente accettata e anzi, alimentata, che ci vede perse in deliri di onnipotenza completamente dimentiche della nostra dipendenza dalla terra, dai suoi batteri, dai suoi protozoi, dai suoi funghi e invertebrati. Sporcarsi le mani di terra significa ricordarsi anche che c’è una differenza enorme tra essa e lo sporco. Ieri ho creato un disegno con dei sassi chiari, allineandone tre file, in una linea ondulata attorno alle piante. Alcuni dei sassi erano tanto “sporchi di terra”, quindi ho preso un bicchiere di plastica che di solito uso per bagnare le piante in casa e l’ho riempito d’acqua. Man mano ci mettevo dentro una manciata di sassi, che poi ripescavo ripuliti per allinearli al suolo. Alla fine del lavoro, l’acqua era diventata marrone scuro; eppure, per un istante, mi è sembrata la cosa più pulita che ci potesse essere. Chissà quando abbiamo cominciato a confondere ciò che è vita con ciò che è davvero sporco. Terra, sabbia e fango, il sangue mestruale, sudore – sono tutte cose sporche ormai, da prevenire e da rimuovere. Invece, altre cose, a pensarci in questo momento, mi sembrano molto più sporche. I cartelloni pubblicitari, per esempio, (e questo l’aveva deciso anche Cèsar Martinique, artista e architetto di Lanzarote, che è riuscito a proteggere la sua isola e il suo paesaggio indimenticabile da quelle strutture prive di eleganza e bellezza). I McDonalds nei centri di ogni singola città degna dell’attenzione dei turisti, arrivati per ammirare il diverso – ma fino ad un certo punto. Gli yacht scintillanti che guardavo fermarsi a qualche decina di metri dalla Playa de Ses Illetes, ormai quattro anni fa, da cui scendevano giovani con occhiali da sole e gioielli altrettanto scintillanti. Allineando a terra un sasso alla volta, mi sono sentita un po’ come quei monaci tibetani che creano i famosi e sacri mandala di sabbia raffiguranti l’universo. Rappresentazioni artistiche che hanno come scopo anche quello di ricordare l’impermanenza di tutte le cose. C’era, lo ammetto, soprattutto all’inizio, una parte di me che si diceva: perché lo sto facendo? Non è nemmeno mio, questo spazio. Non mi resterà. Perché sto investendo il mio tempo e la mia energia? Se è vero che mi sono messa d’impegno per abbellire e rendere “mio” l’appartamente che affitto, distribuendoci piante e libri e appendendo quadretti che amo, è vero che non mi sono dedicata allo stesso modo allo spazio fuori, per grande disappunto della mia padrona di casa, che ad un certo punto, l’anno scorso, mi ha pregata di strappare le erbacce. A partire dal presupposto che le “erbacce” non esistono, sono solo piantine che non piacciono e che mi fanno pena per la categoria mentale in cui sono finite, (forse questo è il risultato di vederle strappate meticolosamente per anni da mio padre, il cui giardino all’inglese suscitava l’ammirazione e l’invidia del vicinato), c’era una parte di me che si chiedeva, appunto che senso avesse, investire lì tempo e risorse. Passando molto meno tempo fuori rispetto a quello trascorso in casa, non mi pesava che non ci fosse armonia o bellezza. Ieri pomeriggio, mentre appoggiavo un sasso in fila all’altro, mi sono resa conto della miopia di questo mio ragionamento: non solo lo stavo applicando arbitrariamente soltanto allo spazio fuori quando anche quello interno non resterà a me, ma stavo bellamente sorvolando il fatto che non mi rimarrà niente, e che tutto quello che ho, ce l’ho in prestito. Mi lascerà, o io poi lo dovrò lasciare. Anche questa mente, questo corpo, con cui ci identifichiamo così tanto. Dovrei, quindi, evitare di investirci tempo e energia. Scegliere la strada meno dispendiosa dal punto di vista energetico. E invece lo curo, questo corpo, cerco di dormire e idratarmi tanto, di mangiare in modo sano, di arrivare almeno agli 8mila passi al giorno. La stessa cosa con la mente: impiego tempo ed energia per osservarla, provare a conoscerla, con le sue tendenze, i suoi pattern, i suoi punti ciechi. Tutto per cosa? Non sono tanto diversi dallo spazio fuori che ora mi sorride, imbellettato con un disegno di sassi, tre nuove ortensie e una pianta di fragole. (Inutile dire che la padrona di casa, che vive sopra di me, era entusiasta alla vista del nuovo look del mio – nostro - giardinetto). E non è forse questo il punto? Prendersi cura di tutto, sapendo che non ci resterà niente? Allineavo i sassi e, inizialmente, una vocina dentro di me esclamava: “Non stai forse perdendo tempo? Ci sono così tante altre cose che potresti fare! Scrivere la newsletter, per esempio, creare le nuove sequenze di maggio, finire l’organizzazione di Escape. Per non parlare poi dei peli di Bubi ammucchiati in ciuffi negli angoli, e le stoviglie nel lavandino. Ah pure il bucato, nel caso ti fossi dimenticata.” Da quando le mie giornate sono diventate una lunga lista di cose che devo fare? Quanto devo riuscire a concludere, prima di ritagliarmi del tempo per fare cose che, semplicemente, mi portano gioia, o allegria, attività che sono fini a se stesse? Un sasso. Un altro ancora. Un altro. Dopo i primi 5 minuti è arrivata un’altra voce, che rispondeva: “Cos’altro dovrei fare? Niente. Questo, questo è quello che devo – che voglio - fare. Sporcarmi le mani di terra. Allineare sassi.” Posarli in fila, facendo attenzione a metterli sul lato più piatto. Nient’altro importava. A volte, e ieri pomeriggio per me era una di quelle, le cose “inutili” sono le uniche che vanno fatte. “Tengo qualche sasso da parte nel caso debba rifarlo” – dico alla padrona di casa, che mi guarda – incredula e felice - dal balcone. “La pioggia forte magari lo disferà… e anche lei” dico indicando Bubi “soprattutto lei”. Questa mattina mi beavo dei raggi di sole quando Bubi è impazzita sentendo l’odore di un cane che osava passare attorno a casa sua. È schizzata contro il muro scombinando la linea ondulata di sassi bianchi in più punti. Mi sono arrabbiata, e anche più di quanto avessi anticipato, per poi chiedermi – retoricamente - se quello, proprio quello, non fosse in fondo il senso di tutto: ricordarsi dell’impermanenza di tutte le cose, guardarle disfarsi al di là dei propri sforzi, accettare che ogni singola cosa che sorge, cessa. Ho riflettutto sulla nostra ossessione di voler che le cose restino come sono, la bruciante necessità che nulla cambi per non sentire lo smarrimento della perdita e il caos del cambiamento. Abbiamo la tendenza a fare i tassidermisti della nostra vita senza nemmeno accorgercene, pretendiamo dalla vita l’innaturalità assoluta. Questa sera o domani ricomporrò il disegno, la mia versione - molto semplice e poco sacra – di mandala tibetano, china, un sasso alla volta, e, con un po’ di fortuna, mi sporcherò le mani di terra. |
